Vangelis vs. Cavalieri dell’Apocalisse: 1 – 0

Evangelos Odysseas Papathanassiou. Letto così può sembrare il nome di un’improbabile stella nascente del calcio greco, ma vi sbagliate! O meglio, si tratta sì di una stella ellenica, ma del firmamento musicale; qui non si corre dietro ad un pallone, ma bensì a folgorii maestosi e saettanti impennate elettriche.

Ecco a voi tutti il cosmonauta (kosmo nautas) Vangelis.

Non sto calcando la mano spropositatamente su tutto quel che concerne le stelle, l’universo,  il viaggio, poiché è lo stesso nome dell’artista che richiama, abbastanza chiaramente, il viaggio del probo Odisseo (Ulisse per i latini, ndr).
Oltre al fatto, che nel corso della sua carriera lo stesso Vang
elis diverrà famoso sì per l’Oscar ricevuto in Momenti di Gloria, ma soprattutto per quell’affresco claustrofobico e futuristico di Blade Runner.

Bene, l’introduzione pare d’obbligo per un musicista di tale levatura, ma adesso cancelliamo dalle nostre menti l’autore di colonne sonore per film, mostre d’arte, addirittura olimpiadi o l’arrangiatore, il collaboratore (ricordiamo i tanti artisti italiani come Baglioni, Cocciante o Jon Anderson – voce eterea e asessuata dei mitici Yes) e dirigiamoci adesso nel 1970, nel pieno degli sconvolgimenti generazionali che piombarono in tutto il mondo occidentale.

Vangelis fu enfant prodige, compositore di musica propria già a 4 anni. Divenne piuttosto famoso in patria come leader dei Formix; ma la chiave di volta ci fu appunto in quel periodo di forti tensioni politiche in madrepatria dove il nostro decise di trasferirsi a Parigi.

Proprio nella capitale francese conobbe i compagni di viaggio con i quali deciderà di fondare la sua nuova band: gli Aphrodite’s Child.

Con tale complesso fu in grado di mettere in pratica alcune arguzie da lui congegnate, come un’elettronica avanguardistica (ma meno ruvida della scuola teutonica), ritmiche bluesy, con ovvi rimandi al rebetiko greco, pastorali progressive e rimandi al bizzoso free-jazz.

Torniamo pertanto al 1970, anno in cui registrarono 666 (uscì nel 1972 postumo, i componenti si disgregano poco prima dell’uscita ufficiale), concept-album incentrato sull’Apocalisse di Giovanni.

Non fu una scelta a tema religioso, ma piuttosto un riutilizzare i connotati simbolici di perdizione e perdono, inquietudini e placidità, paura e fede nel futuro; tutto questo grazie alle liriche del futuro regista Costas Ferris.

Un doppio vinile che si apre subito con un loop recitante “We got the system to fuck the system” di chiaro rimando sessantottino, piombando poi nell’Hard Rock di Babylon che cancella ogni speranza a voi che entrate, per poi adagiarsi su una scorata preghiera (che a me, rimanda molto la sacerdotessa maudit del Rock, ndr), che sfocia in un pout pourri di campanellini agganciati ai cancelli degli inferi, infatti da lì a poco le porte si apriranno alla cavalcata ir(riff)renabile dei cavalieri dell’apocalisse.

Si insinuano poi una tastiera levantina scortata da un mandolino che deflagrano in un universo puntiforme, fatta di piccole tracce, elegiache, mortali e desolate.

Marching Beast rialza i toni facendo da apripista a quel caos jazzy di Battle of the Locust, e soprattutto a quel motorik crucco di batteria; qui inoltre si nota come la batteria sia sempre pronta a scoccare randellate in 4/4.

The Beast è in odore dei Funkadelic (che nello stesso anno sconquassarono tutto il mondo funk con il primo album omonimo) rivelandosi degna chiusura della prima parte.

Il secondo tempo volendo osa ancor di più, qui gli Aphrodite’s Child sparano a zero su tutto.

Altamont parte con una voce che declama poche frasi reiterate, che ci scaraventa in una vorticosa marcetta psych che potrebbe non finire mai. Eppure eccoci con le due tracce seguenti a farci crollare addosso tutto il circo satanico di cui è capace Vangelis: tastiere, percussioni afro, corni, echi mistici, lapilli elettronici (quasi si può pregustare la fortunata fase new age che lo rese ancor più famoso in seguito).

Si arriva alla traccia numero 6 e, volente o nolente, questa diventerà crocevia a cui è impossibile scampare. Irene Papas presta voce a questo sabba diabolico dove urla sguaiatamente orgasmi non troppo velatamente trattenuti e vaniloqui schizzati, lasciando addosso una sensazione di dannazione eterna.

Ormai siamo alla fine, ma ancora una traccia (All The Seats Were Occupied), la più lunga del lotto, dimostra come anche alle porte del Mediterraneo si poteva concepire una psichedelica tanto onnisciente. Non si parla di una traccia di nuova composizione, ma l’insieme di tutti i campionamenti che abbiamo trovato nel nostro percorso di perdizione, in cui l’uomo non fa altro che procedere avanti guardandosi sempre alla spalle, finendo così per essere travolto dal suo stesso peccaminoso passato.

Eppure un barlume di speranza si palesa davanti a noi, la musica si fa minimale giungendo verso una condizione rasserenata, dove lo scontro escatologico vedrà vinto il richiamo famelico della perversione.

Vangelis potrebbe chiuderla così e aver già vinto la battaglia tra il Bene e Male, ma decide di suggellare il viaggio con Break, dove una luminosa chitarra fende la traiettoria aprendoci verso un nuovo capitolo del percorso umano.  

Sei secondi di silenzio e poi…

Do it!

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