Top 5 canzoni per ricordare Kobe Bryant

A Calabasas, nella contea di Los Angeles, il mondo dello sport perde una delle sue più grandi icone di sempre. Sono le 9:46 ore locali del 26 Gennaio quando l’elicottero privato di Kobe Bryant si schianta al suolo all’ombra delle colline californiane, con un carico totale di nove passeggeri. Nessun sopravvissuto. Nemmeno la figlia Gianna.

Musica, letteratura, cinema. Noi di RRM siamo fautori dell’arte in ogni sua forma, passionali assaggiatori consapevoli di non poter arrivare mai alla sazietà completa. E crediamo che anche lo sport cada in questa categoria.

È per questo che vogliamo omaggiare un grande artista dello sport con la nostra personale Top 5 canzoni per ricordare Kobe Bryant.

 

Refresh. Refresh. Provo un’ultima volta. Refresh. Niente. Forse allora è vero.

 

5 – NBA Draft – AC/DC, It’s a Long Way to the Top (If You Wanna Rock’n’Roll)

Facciamo chiarezza per tutti i non cestisti là fuori. Il Draft è il sofisticato meccanismo con cui l’NBA ogni anno va a rifocillare le 30 franchigie di nuovi atleti appena uscita dal College (università), direttamente dall’High School (scuola superiore) o provenienti da paesi esteri secondo un elaborato algoritmo basato sulle vittorie stagionali del campionato in corso, sulla differenza di record in relazione all’anno precedente e boh le previsioni di Paolo Fox su Novella 2000.

È un gran casino, credeteci. In soldoni vi basti sapere che il Draft rappresenta il passaggio di un cestista dai suoi giorni amatoriali alla carriera da professionista, un bar mitzwah sportivo che segna l’inizio dello spettacolo sul più grande palcoscenico di basket del mondo.

Questa Top 5 canzoni per ricordare Kobe Bryant si apre allora con It’s a Long Way to the Top (If You Wanna Rock’n’Roll) degli AC/DC, un inno al duro lavoro e ai sacrifici che vengono compiuti dietro ad ogni grande traguardo. E se per Bon Scott e compagni the Top è il rock’n’roll, per Kobe è la 13esima chiamata al Draft NBA.

I primi passi del futuro Hall of Famer vengono solcati proprio qui in Italia dove tra i 6 e i 13 anni Kobe vive tra un tiro a canestro e un film di Spike Lee seguendo gli spostamenti del padre, cestista professionista e giramondo di prima categoria: Rieti, Reggio Calabria, Pistoia ed infine Reggio Emilia le squadre in cui militò Joe e di conseguenza anche il piccolo Kobe, un legame col Bel Paese che coltiverà negli anni tra alti (le interviste in perfetto italiano) e bassi (la scelta di tifare Milan).

Gli spostamenti, le difficoltà di adattamento, i sacrifici e le ore spese nelle peggiori palestre del territorio (il Nazareno di Carpi non è proprio lo Staples Center di Los Angeles), tutto per un unico obiettivo: il 26 Giugno 1996 Kobe Bryant diventa un giocatore NBA.

4 – Stagione MVP – Imagine Dragons, I’m on Top of the World

Mettiamo chiarezza, i primi anni non furono per niente facili. Quando sei un esordiente NBA la credibilità te la devi conquistare sul campo e, nonostante l’hype che aleggiava sul giovane Kobe, i compagni Lakers non gli fecero di certo mancare il battesimo del rookie, retaggio ancestrale che consiste in prepotenze di ogni genere: lavare la biancheria dell’intero staff, trovarsi l’auto colma di pop corn ma soprattutto giocare tutto l’anno come riserva di Eddie Jones.

Dopo una serie di brucianti delusioni ai playoff, Kobe comincia a realizzare che una volta passata la palla ai compagni dopo non avrebbe avuto la possibilità di tirare a canestro: Pass? Just get the rebound diventerà il suo mantra durante la sua scalata alle gerarchie della formazione losangelina. Nemmeno l’arrivo in squadra di un campione come Shaquille O’Neal fermò questa strabiliante ascesa, confermando che quando due prime donne si accorgono di essere vestite uguali non possono di certo andare d’accordo.

Il rapporto con Shaq è tumultuoso, ognuno ebbe bisogno dell’altro durante gli anni in LA tanto quanto entrambi erano convinti di essere in grado di poter competere ai massimi livelli anche da soli. Un inno al Odi et Amo, relazione che nonostante gli alti e i bassi di certo fu sempre onesta e vera. Insieme i due conquistarono un incredibile three-peat, riuscendo nell’impresa di regalare tre anelli NBA alla città californiana ma soprattutto due a Stanislav Medvedenko.

Nonostante queste grandi conquiste sportive (tirate le somme a fine carriera, i titoli per il Black Mamba saranno cinque in tutto, ad un solo anello dal mentore Michael Jordan), in questa Top 5 canzoni per ricordare Kobe Bryant abbiamo voluto inserire un’annata in cui in realtà a fine stagione il 24 gialloviola non alzerà al cielo il Larry O’Brien Trophy, bensì il trofeo di MVP della lega, il riconoscimento individuale più prestigioso dell’NBA.

Mamba mentality at its best, l’attitudine a non accontentarsi mai, ad ambire sempre al massimo, con sudore e sacrificio. Il primo ad arrivare in palestra, l’ultimo a lasciarla.

Chissà come ci si sente ad essere il migliore tra i migliori? Probabilmente come se fossi in cima al mondo.

 

3 – Oscar per il miglior cortometraggio animato – The Smiths, Please, Please, Please Let Me Get What I Want

Allontaniamoci ora dalla sfera sportiva, parliamo del Kobe Uomo. Tolta la canotta gialloviola e sfilati tutti gli anelli, Kobe era una persona ordinaria, fatta di carne, vizi e pregi. Non immaginiamoci quindi un santo, per l’amor di Dio!

Uno dei corollari più immediati della suddetta Mamba mentality era sicuramente un egoismo di base necessario si per la conquista degli obiettivi prefissati, lama a doppio taglio però per quanto riguardava rapporti umani e relazioni, in campo e fuori: una sera poteva essere il compagno di squadra migliore del mondo e quella successiva mangiarti faccia e anima per una giocata sbagliata.

O lo ami o lo odi insomma, un po’ come il cetriolino nel Big Mc. E dev’essere quello che ha pensato la moglie Vanessa quando il 4 Luglio del 2003 una dipendente di un Hotel in Colorado accusò il cestista di stupro e violenza sessuale, un episodio non lusinghiero ma di doverosa menzione: Bryant evitò il carcere pagando una cauzione di 25mila dollari e decise di cessare la controversia patteggiando con la giovane donna la chiusura dello scandalo previo una lauta somma di denaro. Il che dice molto su come probabilmente siano andate davvero le cose quella notte di sedici anni fa.

Vanessa e le figlie non abbandonarono però Kobe, che al tramonto della sua carriera decise di raccogliere tutte le sue burrascose passioni ed i suoi ricordi in una serie di lettere scritte e pubblicate per The Players’ Tribune diventate poi un cortometraggio animato vincitore dell’Oscar nella cerimonia del 2018.

Dear Basketball è il testamento definitivo di Kobe Bryant, campione indiscusso sul parquet e uomo tormentato fuori dai palazzetti, una nostalgica e suggestiva camminata sul viale dei ricordi di uno delle più grandi icone sportive di sempre, nel bene e nel male.

Forse è per questo che abbiamo pensato di associare la vittoria della prestigiosa statuetta alla splendida Pease, Please, Please Let Me Get What I Want, una piccola perla che nasconde in sè cosa significa essere Kobe: la canzone tratta della disperata ricerca di esaudire un desiderio personale, un bisogno figlio di lotte e delusioni, ostacoli e ingiustizie. Ma ora, sia Morrisey che Bryant hanno raggiunto quel momento, l’apice del loro volere. Dear Basketball è l’ultima tappa del viaggio.

Please,Please, Please che questo momento non finisca mai.

2 – 81 punti – Queen, Don’t Stop Me Now

Il 22 Gennaio 2006 si è scritta la storia. E il nostro Kobe ovviamente aveva la bic in mano.

Gli americani, lo sapete, sono esagerati in tutto. Sono spettacolari anche quando non serve, gli piace proprio l’abbondanza. E no, non tratteremo dell’indice di obesità media negli USA perché quello solamente merita un approfondimento che noi non siamo in grado di poter garantire. Nel caso dell’NBA, ciò che importa a noi, quest’abbondanza la si può ritrovare nelle statistiche.

Le NBA stats sono come gli ingredienti delle barrette che trovi vicino alla cassa al Lidl: possono rivelarti i segreti più nascosti dello snack, dal suo valore proteico in condizioni di sottovuoto alla percentuale di amido di mais per cm². Alla fine però ciò che conta è mangiarla ‘sta barretta. Così come importa che la palla finisca nel cesto.

Tutti i più grandi hanno sognato di infrangere il record di punti segnati in una partita e nessuno ce l’ha ancora fatta. Né forse ce la farà mai, visto l’impressionante 100 tondo tondo che Wilt Chamberlain fece registrare il 2 Marzo 1962 in un’era cestistica in cui, per differenza di gioco e di giocatori, erano ancora possibili performance del genere (48,53 minuti a partita, in barba al low management).

Ma quel 22 Gennaio, Kobe distrusse i Toronto Raptors all’Air Canada Centre con una prestazione da 81 (come scusa?) punti totali col 60% dal campo e 18/20 dal tiro libero. Il più grave episodio di maltrattamento in America settentrionale dopo l’incarico di governatrice dell’Alaska affidato a Sarah Palin.

Kobe in versione onnipotente. Kobe in versione unstoppable. Ecco perché i Queen sono perfetti per celebrare questo momento, con un Freddy Mercury che grida Don’t Stop Me Now proprio come ci piace immaginare anche Kobe fece su quel magico parquet. Una prestazione per i posteri, che tanto ci dice di che pasta fosse Bryant: sotto di 18 punti durante il terzo quarto, furono necessari tutti e 81 i punti del 24 per superare i poveri canadesi, nonostante il vero record lo fece registrare nella colonna degli assist: va bene la Mamba mentality, ma 2 assist in quasi 50 minuti di partita devi proprio impegnarti a non superarli.

È proprio quando la cresta dell’onda è al suo apice che i più grandi riescono a cavalcarla. E altro che onda, quella notte fu vero e proprio tsunami.

1 – Ultima partita – Jeff Buckley, Last Goodbye

Eccoci. Siamo agli ultimi saluti. È stato un viaggio intenso, difficile comandare con freddezza e lucidità le dita ed il loro digitare sulla tastiera. Ancora troppo fresca l’amarezza. Ma come le più belle montagne russe, le discese ardite e le risalite hanno sempre una fine corsa.

Vogliamo ricordare Kobe Bryant come cestista. Uno dei più grandi giocatori ad aver toccato la palla a spicchi, icona per un’intera generazione di giovani atleti e simbolo di quei Los Angeles Lakers che ha amato fino alla fine, tra gioie e litigi, com’è giusto che sia.

Vogliamo ricordare Kobe Bryant come padre e marito. Perché nonostante sia caduto fragorosamente in diverse occasioni nei suoi doveri famigliari, ha sempre trovato la forza di rialzarsi e di cercare di rimediare. Perché checche  se ne dica, forse l’unica cosa a cui volle più bene che al basket furono le proprie figlie.

Vogliamo ricordare Kobe Bryant come uomo. Perché è frustrante pensare che questo maledetto incidente ci ha privato di chissà quanti Mamba moments tra impegno sociale e promozione verso la pallacanestro femminile, tra il discorso per l’entrata nella Hall of Fame che non ascolteremo mai e la cerimonia per il ritiro delle maglie 8 e 24. Avremmo voluto vederlo anziano e sfidare i nuovi Lakers in palestra ad allenamento o tormentare LeBron James per il numero di anelli vinti.

E vogliamo ricordare Kobe Bryant con Last Goodbye di Jeff Buckley, colonna sonora perfetta per la sua ultima partita in carriera allo Staples Center: un sessantello così, in pieno stile Kobe, per suggellare una carriera leggendaria davanti al pubblico che lo ha sempre amato e sostenuto.

60 punti e tiro vincente nel finale. Apoteosi Bryant.

 

Refresh. Refresh. Addio Kobe, Mamba forever.

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