Shibuya è uno dei quartieri più conosciuti, visitati e cosmopoliti di tutto il mondo. Inoltre è anche famosa, oltre che per il trafficato incrocio, per il sottogenere Shibuya Key. Ma se vi dicessi che si ascolta anche musica classica?

Avete capito bene. Musica classica, con tanto di busto di Beethoven posto tra due enormi casse. Nel bel mezzo di Shibuya.

Con il mio lavoro ho l’enorme piacere di viaggiare molto. Tra le peculiarità che più amo di questo mestiere è il poter vivere a pieno una nuova cultura. Questo perchè ho la possibilità di vivere, lavorare e rapportarmi esclusivamente con gente del luogo.

Spesso infatti i globetrotter più boriosi o anche semplicemente i nuovi travel blogger, sempre più in ascesa, si pavoneggiano del fatto di poter vedere posti meravigliosi e di poterne documentare l’esotica bellezza.

Eppure io appartengo ad un altro partito. Certo amo le foto patinate o i reportage minuziosi che possiamo visionare  ogni giorno sui social, ma è anche vero che i monumenti, i luoghi di culto o comunque qualsiasi punto d’interesse non sono bastevoli per conoscere una cultura nella sua quintessenzialità.

Per questo non uso il termine totalità, sarebbe impossibile scovare ogni più recondita faccia del patrimonio culturale di un paese se non vivendolo appieno per un lungo periodo.

Come al mio solito , quindi, mi sono documentato il minimo sindacabile per lasciare lo scettro di Cicerone ai miei partner locali.

Grazie a loro infatti ho avuto modo di snidare le cosiddette hidden gems, quelle perle che solo un purista ed integralista insider può conoscere.

Shibuya e Tokyo: due facce della stessa medaglia.

Che Shibuya fosse il quartiere più famoso è un dato arcinoto. 

Per questo nella mia lunga permanenza, anche se frazionata da pochissimi momenti liberi, ho preferito dedicargli meno tempo possibile.

E al netto di tutto, sono estremamente convinto di aver preso la decisione giusta.

Una volta uscito dalla metropolitana vengo assalito da luci fredde, rumori e grattacieli che richiamano più una qualsiasi città americana che la tradizione orientale.

Qualche passo più in là noto sulla sinistra una fila lunghissima, educata e composta, orientata verso la statua di Hachiko, cane emblema della fedeltà al proprio padrone.

Io, da classico bruto, evito sia quella fila ed eludo quell’orda di gente che non vede l’ora di pogare in quel crocicchio, defilandomi in qualche stradina più appartata.

Ammetto che ero abbastanza consapevole della mia prossima meta, sapevo che anche quel, in apparenza, sfavillante quartiere conteneva al suo interno fascinosi segreti.

L’obiettivo era quello di far conciliare due delle mie più grandi passioni: i cocktails o come si suol dire oggi Bere Miscelato e soprattutto la musica, nella sua accezione più ampia.

Per quest’ultimo proposito ho deciso di dirigermi verso uno degli, ultimi sopravvissuti, jazz kissa della zona.

Jazz Kissa: la resilienza al dominio digitale

I jazz kissa sono localini senza troppe pretese, dove la musica detta legge. Sono forse un po’ anzianotti ma si difendono ancora bene.

Possiamo dire che sono gli antenati di quei vinyl shop che oggi un po’ ovunque stanno (ri)aprendo i battenti.

Detti locali nascono nei primi anni 60 quando il Giappone era diventato definitivamente indipendente, da oramai qualche anno, dall’occupazione statunitense.

Allora erano più di seicento situati tra Tokyo e Kyoto, oggigiorno non saprei bene quantificare un numero realistico ma parliamo di un drastico calo, nell’ordine delle centinaia.

La loro singolarità è l’essere rimasti ancorati al tempo che fu: polverosi vinili che murano l’intero perimetro del locale, una passione smisurata per la musica – jazz in particolare – e un piccolo bar da corredo.

Insomma un luogo facente parte di una nicchia ben definita; se dapprima nacquero come sfogo alla difficoltà di rintracciare la musica americana che più si amava, ora invece, chi ancora in piedi, lo fa con la medesima passione ma anche per riassaporare i vecchi fasti in cui potevan bastare un ritrovo sociale con buona musica, un caffè e un libro.

Arakiri sventato

Arrivo davanti al posto designato, ma ovviamente è chiuso, maledico me, il proprietario e soprattutto google maps che indicava “Aperto tutti i giorni”.

Sono pronto a pugnalarmi all’addome come gesto di punizione: un’improvvisato Harakiri.

Mi grazio e penso tra me e me: “vabbè, ce n’è un altro a 15 min., cosa saranno mai due passi?”

Dopo pochi metri mi fermo e penso che questa deviazione potrebbe stravolgere i miei piani.

Ho una sorta di dilemma del prigioniero in testa, dove ad ogni mossa posso giungere ad un vantaggio o ad una perdita di opportunità, al che faccio due conti e decido di posticipare l’esperienza dei jazz kissa in favore di un altro paletto postomi per questo viaggio.

Al lettore a tal punto potrebbero sorgere due domande:

1- Fino ad ora mi hai tenuto nascosta la vera meta?

E ancora.

2- Hai speso un paragrafo intero ad introdurmi questi locali fissati nel tempo e te ne vieni fuori dicendo che è rimandabile?

Cafè Lion

Me ne dispiaccio, ma l’altro posto in lista era il Cafè Lion.

Non sentitevi a disagio se mai è pervenuto alle vostre orecchie codesto nome, è sconosciuto anche a moltissimi giapponesi stessi.

In effetti anche i miei partner ne erano totalmente all’oscuro e ne potevo ben credere.

Imbucato in una stradina poco illuminata a pochi passi dall’incrocio succitato, sembra di essere in tutt’altro mondo.

La facciata di certo si fa notare per il forte contrasto da ciò che ci siamo lasciati dietro e dentro riserverà ancora più sorprese.

Il Cafè Lion ha la rispettabile età di quasi cento anni ed è a tutti gli effetti un precursore dei kissaten citati prima.

Entrando vengo accolto da una ragazza che invece di parlare comunica a gesti o al massimo con lievi sussurri: mi sta chiedendo se preferisco rimanere al piano inferiore o a quello superiore. Decido per il loggione sovrastante.

Mi guardo intorno e noto persone con gli occhi chiusi e con il capo rivolto verso l’alto, leggono o sorseggiano un tè; delle poltroncine rosse, con un copricapo in pizzo, sono allineate come panchetti di una chiesa secolare; ne battezzo una, mi siedo e ordino qualcosa da bere.

In sottofondo una composizione classica, emessa da due casse di un’altezza ad occhio di tre(!) metri che svettano tra un piano e l’altro: è il ritrovo migliore per novelli melomani.

Un curioso busto Beethoveniano posto tra i due enormi diffusori mi fissa con quel suo sguardo sempre mezzo austero e incazzato, da buon tedesco che si rispetti, costringendomi a girare il capo per distogliere lo sguardo.

Intorno a me colonne di legno, tavolini intrisi e vetusti e soprattutto una miriade di vinili, catalogati tra loro con pezzi di cartone e simboleggiati da ideogrammi che ne aumentano ancora di più il loro fascino.

Mi rilasso e mi godo un’ora di puro piacere finché non decido di passare alla prossima meta notturna, cambiando totalmente registro, essendo il prossimo un cocktail bar, mi accingo a pagare e porgo l’usuale ojigi giapponese.

Mi avvicino alla porta di uscita, mi giro per un ultimo istante e come segno di reverenza porgo un ultimo doveroso inchino a questa istituzione.

Alcune foto del locale

Realizzate da Alessandro Puopolo


Alessandro Puopolo

Bon vivant escapista. Commendevole fricandó di utopie. Indole appocundriaca. Loggionista alticcio.