Samuel Beckett, squarci di opere tramite un varco murato

Samuel Beckett fu un drammaturgo, scrittore e visionario del nuovo secolo.
Tutti noi, gettando uno sguardo all’immagine essenziale del suo essere, pensiamo immediatamente al Teatro dell’Assurdo. Ma Beckett come uomo e genio assoluto fu molto di più, almeno per un teatrante appassionato di intelligibilità della parola come scrittura e dell’emozione rappresentativa delle sue opere come il sottoscritto.

Vorrei analizzare, dopo aver dedicato un anno intero alla lettura e alla preparazione di uno spettacolo al fine di omaggiarlo, una triade di opere del grande Samuel Beckett: Aspettando Godot, Finale di Partita e Giorni Felici. Non so se l’articolo che leggerete sarà consono al solito format immediato, breve, leggibile, scorrevole, ma quando parlo e penso a Beckett, non posso fare altro che impregnarmi e impegnarmi del suo modo di essere.

Aspettando Godot esce per la prima volta nel 1953 ed è forse una delle opere più conosciute di Samuel Beckett nella letteratura teatrale e nell’ambito del teatro dell’assurdo. Finale di Partita è invece una delle opere che maggiormente hanno influenzato la cultura popolare mondiale, essa vede la luce nel 1957. Infine l’ultima opera di cui tratterò, Giorni Felici viene invece pubblicata nel 1961 ed è suddivisa in due atti. Curiosità: l’opera venne pubblicata anche in lingua inglese l’anno successivo.

Aspettando Godot

Sono gli anni della sperimentazione del pensiero filosofico, sono gli anni del dopo guerra e della minaccia di un’eventuale “fine del mondo”. Il cielo è rosso, i giorni passano ciclicamente e tutto rimane immutato. Ad attendere l’arrivo di Godot sono due personaggi, che sembrano essersi materializzati e venuti alla luce per essere atarassici e immutabili nella loro bolla di attesa: Didi e Gogo, i due si appellano l’un l’altro.
Alle loro spalle un Salice Piangente, anch’egli immobile e spettatore dello scorrere perpetuo e statico del tempo. L’albero, quell’albero che sembra scandire il ritmo del ciclo inesorabile del tempo. Quell’albero cambia, respira, fiorisce di verdi foglie per poi farne carneficina autunnale.
Ogni dì un messaggero avverte i due che Godot verrà il giorno dopo, ogni dì i due lo attendono con fremito e ansia, ogni dì la medesima notizia, le medesime domande, l’ennesimo rimando. Chi è Godot? Una fede che si aspetta e che non muore mai? La morte dell’attesa? Un semplice vecchio signore proprietario di greggi tra capre e pecore? Il ciclo si ripete e prima che il giorno muoia due figure appaiono agli occhi dei vecchi amici: Pozzo e Lucky. Il primo tiene legato il secondo con un grosso cappio a mo’ di collare. Lucky è un fedele schiavo animalizzato ed emaciato dalla marcia senza fine, dagli occhi allucinati e dalle spalle curve sotto il peso dei bagagli che non lascia mai cadere a terra. Pozzo invece il padrone crudele, ingrassato dal nullafare. I due sono in simbiosi, l’uno non può vivere senza l’altro, sono anch’essi schiavi della ciclicità del loro universo parallelo. Ed alla fine, non lo siamo forse tutti?

Finale di Partita

Un uomo su una sedia a rotelle. Una casa spoglia, coperta di bianchi teli impolverati. Anche qui, un servitore che non può mai sedersi, mai riposare se non per servire un padrone cieco e infermo. I due sono Hamm e Clov. Il servitore è relegato nella sua cucina di 3x3x3, il servito invece nella sua cecità. Alle pareti un quadro girato che affaccia al muro, come se un cieco non volesse vedere qualcosa che non è consentito vedere a nessuno.
Nasciamo a cavallo di una tomba” è la frase che squarcia in due la quarta parete, segno del pessimismo e del neorealismo letterario dei tempi. Ma i due non sono soli: ai due lati dell’appartamento due bidoni di latta, con all’interno i genitori dell’anziano Hamm. Come a voler buttare via le proprie origini e seppellire il passato apocalittico da dopo guerra. Anche Hamm e Clov sono sinergici tra di loro. Uno l’appendice mentale/vitale dell’altro. Uno gli occhi dell’altro. Uno la memoria, la coscienza e la speranza dell’altro.

Giorni Felici

Una donna bionda di mezza età di nome Winnie, immersa fino al bacino nella sabbia, come in una clessidra che fa scorrere il tempo e ci seppellisce sotto di esso.
Una donna, magari un tempo ricca, altolocata e di buona famiglia. Adesso sommersa, prossima alla sepoltura e accompagnata al tumulo dai propri ricordi. Dietro di lei da qualche parte, suo marito Willie è elegantemente accasciato a terra col suo Frak ed il capo sanguinante. Simbologia della vita di coppia, dei vecchi amanti o dell’inesorabile rovina dell’essere umano? Anche qui i giorni passano, e Winnie è sempre più immersa nella sabbia. Quella sabbia che sembra essere in vita, le passa paccottiglia di ogni genere ad ogni suo comando. Che sia un rossetto, una borsetta, un ombrello, tutto in una letteratura del genere sembra essere collegato al mondo che ci circonda e ci circuisce. Alla fine dell’ultimo giorno, Winnie, si trova completamente immersa nella sabbia mentre ricorda con un ultimo gemito i bei Giorni Felici, passati col marito che con le ultime forze le si avvicina, quasi per salutarla un’ultima volta, un ultimo bacio mai dato. Anch’egli muore da li a poco. Finisce un altro giorno. Prosegue un altro ciclo.

Chiedo scusa per il linguaggio non adatto ad un articolo breve, ma Samuel Beckett con le sue opere mi immerge nella sabbia e mi tiene in vita con un cappio sul collo.

Un abbraccio digitale

Cesare

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