Robert de Niro’s Waiting: l’introspettivismo sbarazzino delle Bananarama

Bananarama è la band femminile di maggior successo del mondo. 

Così dice il Guinness dei Primati e noi ci fidiamo.

Basterebbe questo riconoscimento per proclamarle dignitose di un mio focus.

E in effetti, il loro successo rimane inscalfibile ancora oggi.

Me ne vogliano i fan incalliti di Spice Girls o Destiny’s Child ma qui si gioca un altro campionato. 

Eppure non sono qui per onorarle con una monografia dedicata ma per puntare lo sguardo su un singolo in particolare: Robert de Niro’s Waiting.

Gli sbrillucicosi eighties

I primi anni Ottanta sembravano fatti apposta per loro. Un terreno fertile composto da derivazioni synth-pop ed estetica dark wave un po’ recalcitrante. Ma al contempo ripulita in modo da piacere alle nuove generazioni che mal digerivano le strumentazioni oltranziste e analogiche del passato.

Il look manco a dirlo, visti i loro pregressi da ribelli ed esuberanti tira notte, piacevolmente squinternato.

Immaginatevi quindi delle punkette tutto pepe che con i singoli giusti e le basi arrangiate da chi sapeva il fatto suo (tra gli altri Steve Jolley-Tony Swain prima e alla premiata ditta dance Stoke/Aitken/Waterman poi) conquistarono i favori di mezzo globo. Metteteci anche uno spunto in più dato dai testi non così scontati! Anzi per il target che andavano a colpire – i vertici da classifica, le piste da ballo o la neo nascente MTV – riuscivano a toccare temi sempre delicati come stupro o canzoni di protesta. Aggiungete synth effervescenti e spensierati e avrete un colossale trio sforna hit. Tutto questo humus creativo, sociale e culturale elevò subito le tre ragazze ad artiste simbolo dell’epoca.

Dopo l’esordio, forse un po’ acerbo, ma già assoggettabile sotto la famosa egida “buona la prima” si ha subito il botto.

L’album omonimo Bananarama ebbe una risonanza di portata mondiale fissandole per sempre come uno dei simboli degli sbrilluccicosi eighties.

Le banane d’oro

Tra le tracce presenti nell’album ce ne sono alcune che letteralmente esploderanno come singoli, tuttora arcinoti. Pensate tra tutte a Cruel Summer, alle banane lanciate contro i poliziotti nel video ufficiale oppure a quando Ralph Macchio in Karate Kid si fa espellere per un pugno in faccia all’avversario sceso in un tackle assassino durante una partitella di pallone

Seppur parliamo di un validissimo progetto come anticipato nella premessa andrò a proporvi un focus sul singolo titolato al mitico Bob De Niro.

Il singolo mi è arrivato come un fulmine a ciel sereno – confesso, un po’ intrigato dal titolo e un po’ per il suo video calato in un’ambientazione dalle tinte noir – mi sono deciso a portarlo a termine, dedicandogli poi anche un secondo ascolto.

E il secondo ascolto fu galeotto. Partenza sbarazzina, subito seguita da un gioco di canto-controcanto da urlo che ti si fissa in testa come un tarlo per condurti a un jingle tanto semplice quanto efficace.

La formula vincente è tutta qua: basso sinuoso, gommoso il giusto, voci corali che evidenziano e supportano il ritornello, un “oohs” che tanto si rifà alle loro paladine dell’infanzia come The Supremes, The Marvelettes e The Shangri-Las.

I testi infine seppur sorretti da un refrain frizzantino e leggermente no sense – ditemi voi cosa vuol dire “Robert De Niro’s waiting talking italian” se non un piacevole citazionismo verso quell’immaginario volgare, dinamizzato e magico che è il cinema di Scorsese – riescono ad addentrarsi in quella paura recondita di una ragazza che prefigura uno stupro per mano di un imbecille con la faccia da imbecille.

Che video!

Ah! Ultima nota a latere, i video delle Bananarama sono ricordati per la loro colorita vivacità ma erano costruiti con una modesta scarsità di mezzi economici che impediva loro di spingere sulla visionarietà che stava spopolando proprio in quegli anni. Tutto sommato questo servì al contempo per avvalorarne il fascino diretto e senza fronzoli di cui si facevano portatrici.

Anche nel video in questione l’impossibilità di investire in un casting mirato portò alla scelta di un attore per niente affine alla fisionomia di Robert De Niro per protendere curiosamente verso una copia di Travolta.

Pregevolissimi e spassosissimi gli stereotipi mafiosi dei saluti tra piciotti italo-americani o la fuga del trio dallo stupratore armato di valigetta da violino contenente evidentemente un “intonato” mitra.

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