Pisser dans un violon: il violino e la sua ecletticità

È come pisciare dentro un violino…e perdonatemi il francesismo.

Esatto, avete capito bene, questo modo di dire viene proprio da quegli impettiti dei galletti.
Da questo astruso detto, balenatomi all’improvviso, ho costruito attorno un articolo, che di concettuale ha forse ben poco ma che si è rivelato parecchio liberatorio, proprio come orinare dietro un cespuglio.

Avete ragione, sto esagerando, questi francesi a quanto pare mi rendono assai scurrile, eppure mi hanno instradato verso un argomento originale.

Bene, ora torniamo al detto qui sopra.

Idiomaticamente tale locuzione vuole semplicemente spiegare quanto sia inutile fare una determinata cosa, se poi la stessa non porti ad un fine.

“Cambiare l’acqua alle olive” all’interno di uno strumento a corde mi sembra tutto fuorché lungimirante, pertanto sono qui per mostrarvi come il violino possa scrollarsi di dosso quell’allure barocca per vestire qualcosa di più contemporaneo.

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Disclaimer:
Ho volutamente scansato l’idea di citare gruppi, alcuni epocali, del filone progressive sessantiano. Questo perché in tal filone avrebbe richiesto una lunga e ben dettagliata disamina. In più mi piacerebbe darne risalto vedendolo quanto il più slegato possibile dai suoi connotati lirici.

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Ecco se proprio dobbiamo pisciare, pisciamo lungo, ça va sans dire.

Ma come? starete pensando, prima mostri paturnie nel voler trattare musica della succitata decade e poi mi tiri fuori i Love.

Avete ragione, ma a torto. Qui c’è tutta la psichedelica dei primi Pink Floyd, quando ancora Syd Barret preferiva nenie cantilenanti costruite su una dimensione frattale.

Il violino dona a questo gioiello pop un quid melodico che rende l’ arrangiamento del tutto peculiare.

E comunque non devo giustificarmi di alcunché, anzi rilancio dicendovi di andare a recuperare l’intero album, perché è un capolavoro.

Aridaje! ribatterete, anche i Fairport Convention suonavano a cavallo dei sessanta/settanta.

Ma il loro folk-rock è letteralmente senza tempo, e diffido di qualsiasi replica contraria. 

Un traditional dove il tandem chitarra-violino decide di fare al gatto e al topo senza sosta, altra traccia epocale ed altro album da tenere accanto a sé.

Il violino e la sua ecletticità.

In un attimo sembra di stare dietro le quinte di un teatro dell’orrore dove gli attori sono degli svitati fricchettoni che procedono imperterriti nei loro giochi grotteschi.

Qui le corde del violino lasciano il loro contraddistintivo fraseggio melodico per concedersi bislacchi stridori noise.

Cosa ci può essere dopo la pazzia se non una totale alienazione?

Un cantautorato noir che si rassegna ai personali turbamenti interiori. 

La title track ne è l’emblema, il violino si nasconde in un cono d’ombra senza mai rivelarsi.

Accompagna sommesso l’andamento etereo di un litanico mea culpa procedendo indolente fino a un finale rarefatto.

Breccia di speranza che scopriremo inutile nel prosieguo del disco. 

Infine arriviamo ad un gruppo contemporaneo che mette letteralmente al centro del proprio sound un “primo violino”, destrutturandolo in maniera esasperata.

Si passa da semplici contrappunti melodici a sferragliate post-punk fino ad indisponenti fughe che mostrano quanto possa essere versatile ancora oggi questo polivalente strumento.

E da noi…?

Anche qui in Italia abbiamo esempi molto interessanti.

Senza scomodare il sommo Paganini, possiamo citare tra gli altri Giusto Pio, famoso soprattutto per le sue collaborazioni con Battiato, Canali dei CCCP prima e CSI e in ultimo Davide Rossi, fresco di collaborazioni con mezzo mondo per poi accasarsi nel progetto Black Submarine.

Se vi è rimasto un minimo di fiducia in me o quantomeno se avete voglia di giustificare a voi stessi il fatto di aver letto un articolo partito con i peggiori presupposti del caso, ascoltate qui sotto. Non ve ne pentirete.

 

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