Musica: al cervello non si comanda

Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. 

Ogni volta che ci rinchiudiamo in bagno, l’ultima roccaforte di genuina sincerità, possiamo guardarci allo specchio e denudarci di tutte le maschere sociali che indossiamo ogni giorno. 

Possiamo ascoltare quello che ci pare, senza dover inscenare un celodurismo intellettuale.  

Ma come nascono questi guilty pleasure della musica? Il cervello, secondo uno studio, può giocarci “brutti” scherzi.

Lo dichiaro, lo ratifico e lo sottolineo, quando sono finalmente lontano da occhi indiscreti ascolto Raffaella Carrà, cercando di emularne i mitici stacchetti oppure mi abbandono a voluttuosi lisci (che manco nelle peggiori feste di paese!).

Bene, ora mi sento finalmente sollevato.

Mea Culpa

Scrolliamoci di dosso questa finta magnificenza, questo volersi sempre mostrare oltre.

Si può mentire a tutti ma non a sé stessi, no? Mi genufletto in segno di devozione verso un Dio (musicale) che viene amato, osannato, studiato e mai compreso; che è poi la ragione sottesa della fede, quella di non capacitarsi a pieno per cosa o per quale motivo si idolatra qualcuno. Poi mi alzo sulle gambe, giro le spalle all’altare e pecco, commetto un atto impuro. 

Ascolto una canzoncina frivola ma arrangiata poi non così male.

Ritorno sui miei passi e intono l’inno alla gloria al venerato maestro di turno, il capostipite di un genere, colui che tutto sa e tutto vede. Poi mi distraggo un attimo ed eccoci che risuona nella mia testa un altro motivetto, anch’esso gioviale, bastardo, con l’onta di disonorare il padre e la madre di un certo filone musicale.

Miserere mei, deus

Tutto questo per dire cosa? Che volente o nolente possiamo imbastire castelli di sabbia pur di non ammettere quanto alcune pietre miliari possano non piacerci. Anzi disturbarci a volte.

La musica che veramente preferiamo, e quindi amiamo, di certo segue dinamiche quali l’istruzione, l’imprinting caratteriale e il contesto in cui viviamo ma gioca anche su un campo più sottile.

Un gioco di aspettative tra incertezza e sorpresa.

Tutte le volte che avete ascoltato il White Album o anche Sgt. Pepper’s Lonely Heart’s Club Band dei sempre eterni The Beatles, cosa vi capita di provare? (no pensare, attenzione!).

Un’asprezza di fondo, un lento calvario tra dissacranti vaudeville e geniali scarabocchi pop con il primo; lo spirito rivoluzionario e circense dell’anticonformistico second. Eppure cosa vi rimane in testa, cosa ci colpisce nelle viscere?

Esatto. Proprio questa.

Al cervello non si comanda

Secondo uno studio della Max Planck Institute e dell’università di Bergen, tutto ruota attorno alla convinzione di sgraffignare l’andamento di un brano prevedibile per poi successivamente vedersi sopraffatto da una smentita colossale.

L’ascolto della musica porta il cervello a essere piacevolmente ingannato. Le melodie, i ritmi e tutti i mezzi e mezzucci che usa la musica per farsi godibile alle nostre orecchie non fanno altro che creare un’immagine dissociata tra quello che vogliamo, quello che ci aspettiamo e quello che realmente viene filtrato da quei padiglioni attaccati alla testa.

Amigdala, ippocampo e corteccia uditiva, sono questi i commendevoli soggetti che “letti” dallo studio hanno rilevato questa particolare predilezione di vedersi dolcemente sbeffeggiati dalle note pur mantenendo un grado di incertezza contenuto, dando così beneficio all’apprendimento stesso.

Inoltre secondo una visione più ampia, la musica piace non solo perché attiverebbe questo sistema di ricompense ma artatamente sta lì a burlare le strutture neurali che regolano lo spirito motivazionale oltre che far salire la scimmia della dipendenza.

Quindi che dire ancora, apriamoci a nuove avventure promiscue, alziamo l’asticella dei nostri ascolti, abituiamoci a rimanere sempre affamati, ingordi verso queste nuove manipolazioni mentali. 

E che la dopamina vi accompagni!

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