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Top 5 album del 2020

Dai rega, ci siamo quasi. Tra contagi e distanza droplet, un white privilege mai domo e le sneakers della Lidl questo che sta per concludersi è stato indubbiamente un anno di merda. Ma provando a dribblare tutta questa marcescenza in cerca di cose belle, alla fine qualche piccola perla questi dodici mesi ce l’hanno lasciata.

Ecco i migliori album del 2020.

 

5 – Idles, Ultra Mono

 Sensibili, furenti, caotici solo all’apparenza ma visceralmente razionali. Gli Idles sono tornati, con lo scopo di riaccendere tutte le questioni che avevano lasciato in sospeso. Ma che riaccendere, dargli proprio fuoco.

La lista dei migliori album del 2020 si apre con Ultra Mono, ultima fatica della band di Bristol a due anni da Joy as an Act of Resistance, altro piccolo capolavoro che se non avete ancora ascoltato ma di cosa stiamo parlando smettetela di leggere e andate a premere play: scoprirete il favoloso mondo post punk di Joe Talbot e compagni, un parco giochi di rabbia sociale, riff sincopati e tanto, tanto amore.

“ULTRA MONO is the acceptance of now and I and you. We are not the same but behold something together that is true: the moment. […] (Ultra Mono) is meant to fill you with the violence love and the rhythm of now. You are now. You are all.
All is love”

Joe Talbot.

Sulla scia delle parole del frontman, Ultra Mono è di fatto l’ultimo ingranaggio per una presa di coscienza personale prima e universale poi, un rinvenimento sociale necessario per provare anche solo a pensare ad un possibile cambiamento. Perché sì, le cose vanno cambiate, e le prime due pubblicazioni erano solo un assaggio, il vademecum perfetto per questa lotta.

A proposito di lotta. L’album si apre con War, traccia quasi onomatopeica in cui rintoccano rumori e versi che rimandano ad una vera e propria battaglia appunto, un brano si potrebbe dire filastroccheggiante (non pensate però a Nella Vecchia Fattoria) se non fosse per la violenza e l’intensità con cui voce e strumenti si intrecciano.

Andando avanti nell’album possiamo notare come il copione vincente che i ragazzi hanno sviluppato negli ultimi anni sia per lo più rispettato anche in Ultra Mono, con la differenza di una maggior cura nella produzione ed alcune chicche melodiche che stanno tanto bene almeno quanto ci sorprendono: dicasi per il riff elettronico incipit e scheletro di Grounds (riproposta abilmente anche dai quei Melancholia di cui si parla tanto bene), o per l’intro di piano di Kill Them With Kindness.

Degli Idles un pelo più curati e con la consapevolezza di essere ormai diventati i condottieri di questo illuminismo post punk, guidati da tanta rabbia e da tanto amore. Proprio come piacciono a noi.

 

Top Tracks: Reings, Model Village

 

4 – Gorillaz, Song Machine, Season One: Strange Timez

Eccoli. Sono tornati. E noi li aspettavamo tanto.

Damon Albarn e compagnia provano a risanare questo avvilente 2020 con la loro settima pubblicazione di studio, Song Machine, Season One: Strange Timez che si dimostra esattamente come si annuncia: una serie di 12 canzoni indipendenti l’una dall’altra rilasciate con cadenza mensile durante tutto l’anno, una Song Machine appunto che sforna collaborazioni a dir poco notevoli. Ma andiamo con ordine.

Il featuring con Robert Smith è sorprendentemente valido, tessuto su una base in crescendo che se al primo ascolto incuriosisce, al secondo rapisce e al terzo conquista, con quella sfumatura un po’ gotica che tanto sta bene col leader dei The Cure. Ed è un buon inizio.

Proseguiamo nel viaggio in questi Strange Timez (cambiando autista e mezzo, come la curiosa collezione dei brani dell’album impone) e scopriremo una pletora di artisti che si sono prestati a questo parco giochi. Da Beck, che ci regala una freschissima e ballabilissima The Valley of the Pagans, passando per un Peter Hook che tradisce e non di poco le sue ovvie influenze New Orderiane (pensa che sfiga) nel brano Aries finendo addirittura per le parti di Sir Elton John e del rapper 6LACK, un’improbabile eppure riuscitissima combinazione che poteva prendere senso solamente nel mondo Gorillaz.

Le collaborazioni, dicevamo. Autisti in questo viaggio tanto quanto passeggeri. Perché se è vero che i grandi nomi già citati hanno quell’aurea maiestatis che gli permetterebbe di metterci lo zampino, ogni traccia resta indiscutibilmente made by Gorillaz nelle accattivanti melodie e soprattutto nella notevole produzione.

Un album atipico, difficile da descrivere perché somma di più gemme. Semplicemente da scoprire.

 

Top Tracks: The Valley of the Pagans, Pac-Man

 

3 – Speranza, L’ultimo a Morire

Di fatti controversi ne sono accaduti parecchi in questo 2020. Da leggendarie figure di merda (che poi Bugo, Morgan, l’ha poi mai trovato?) a uscite deliranti da mani nei capelli (prendetene una a caso dell’ex presidente Trump e niente, ridiamo per non piangere). Ma ancora una volta il polo delle discussioni in questa grande agorà che è la rete dei social l’ha occupato la scena trap italiana, un genere che quest’anno più di altri ha avuto un restyling di forma e contenuto alla ricerca di una mai raggiunta legittimità. E ormai, sì, ci siamo.

Avremo potuto citare altri mostri sacri del settore, uno su tutti quel Sfera Ebbasta che con Famoso ha messo l’Italia nel mappamondo del rap internazionale grazie ad una produzione clamorosamente efficace che gli ha garantito featuring con artisti del calibro di Future, J Balvin e Offset, oltre che una miriade di record di vendite e ascolti streaming. Un’immagine, quella di Gionata Boschetti, che ora rappresenta la scena rap tricolore nel mondo e che ha limato con queste collaborazioni le evidenti differenze tra cultura, sound e stile della trap from Atlanta.

A noi però le cose facili non piacciono, e dietro i bei poster patinati e le luminosissime locandine che ritraggono un posatissimo Sfera Ebbasta addirittura sui Billboard a Times Square, preferiamo le infradito zarrissime di Speranza.

Ugo Scicolone all’anagrafe, Speranza esordisce nel suo primo album di studio L’Ultimo a Morire con la forza di chi non ha nulla da perdere ma tutto da guadagnare, sul filone di quella trap del sud che tanto piace ai più giovani proprio perché ricorda i suoni aggressivi e crudi dei grandi nomi che stanno al di là dell’Atlantico. Il dialetto casertano apre infatti un parco di possibilità musicali che l’italiano standard non può permettersi, e gli ascoltatori lo hanno capito eccome. La forza di Speranza è però quella di non esagerare mai, un compromesso che non tradisce la sua spontaneità.

Fendt Caravan ad inizio album mette subito le cose in chiaro e ti strattona prepotentemente tra una barra e l’altra senza soluzione di continuità, un clamoroso intreccio tra base e voce che garantisce energia e violenza al brano. Russki Po Russki invece conclude la raccolta con un beat a metà tra Jumanji e Crash Bandicoot (e credeteci, è una cosa bellissima) e un ritornello quasi ipnotico che ci fa gridare allo scandalo quando realizziamo che i 2:33 della traccia sono già terminati.

Nel mezzo, featuring dal grande prestigio con Guè Pequeno e Massimo Pericolo su tutti, a dimostrazione che non serve un brand o una grande operazione di marketing per conquistare il rispetto e l’approvazione dei grandi del genere e dei fan. Basta avere talento.

 

Top Tracks: Fendt Caravan, Omm I Mmerd

 

2 – Fontaines D.C, A Hero’s Death

A proposito di post punk. I Fontaines D.C. ce l’hanno fatta di nuovo e si sono aggiudicati una menzione nei migliori album del 2020, a seguito del meritatissimo successo del loro debut album Dogrel. Tutto bello, tutto facile. D’altronde squadra che vince non si cambia, vero? Beh, non proprio.

L’opera seconda della band dublinese è infatti ben diversa dalla prima pubblicazione e si erge come processo di riflessione e maturazione del quintetto stesso, sulle ceneri proprio di quel Dogrel che li ha portati alla notorietà. Una sorta di romanzo di formazione (sì, proprio come quello di Renzo) che nelle undici tracce trova analisi e compendio.

Si passa innanzitutto dal micro al macro: se Dogrel nasce dagli strascichi della Brexit, dall’insoddisfazione per un cambiamento sociale spietato e dalla gentrificazione della loro amata e odiata Dublino, con A Hero’s Death si passa invece a tematiche più universali se così si può dire, spunti necessari per chi Dublino la vede da fuori e non da dentro.

Che poi fuori, cosa vuol dire? Grian Chatten ce lo spiega subito con l’opening track I Don’t Belong, un vero e proprio promemoria, per sé e per gli altri: la notorietà del gruppo avrà anche cambiato le abitudini del quintetto, ma non la loro identità. Non appartengono al sistema, né al successo né alle richieste. E la melodia, cadenzata e sofferta, non fanno che ampliare questo senso di repulsione e distacco.

Calma però. I Fontaines D.C. non sono dei boomer. Con Love is the Main Thing e A Hero’s Death ci ricordano che di cose belle siamo pieni, bisogna però conquistarsele ogni giorno senza darle per scontato: la title track è potente ed evocativa, grazie sia alle lyrics sermoniche che alla strumentale incalzante, travolgente, con un intro di batteria che ricorda tantissimo Lust For Life. Mica male.

E poi Oh Such a Spring, ballata malinconica se ce n’è una che riflette su un passato che non ritorna e che lì, a metà dell’album, lega i due poli dello stesso e le sue riflessioni. Sul chi siamo, cosa rappresentiamo e, perché no, tutto quello che sta in mezzo.

 

Top Tracks: A Lucid Dream, A Hero’s Death

 

 1 – Fiona Apple, Fetch the Bolt Cutters

 Le classifiche sono sempre affascinanti, scale di valori che provano a dare un ordine a ciò che ordinato per natura non ci può stare. Bello farle e bello leggerle, così, per riderci su. Su questa menzione però, ci sentiamo molto sicuri.

Il migliore album del 2020 per RRM è Fetch the Bolt Cutters di Fiona Apple, quinto e ultimo album di studio a distanza di 8 anni da The Idler Wheel… già ai tempi acclamato e non senza motivo. Perché Fiona è così, anima libera e tormentata che ama farsi aspettare. Leggera, ironica e incredibilmente talentuosa. E quest’album ne è dimostrazione.

Fetch the Bolt Cutters è una raccolta giocosa e brillante, una passerella che mette in mostra tutte le sublimi possibilità della cantautrice new yorkese senza cascare in esagerati virtuosismi: è qui che il pop d’autore si mescola con quegli spunti jazz che caratterizzano la Apple già dai suoi primi lavori, fino a diventare un amalgama coesa ed elegante. Ed è proprio eleganza la parola chiave per leggere l’album, come le lenti degli occhiali che lottano con noi contro la nostra presbiopia.

Eleganti le armonie, ricercate e sublimate dalla produzione dei vari Steinberg, Garza e Wood. Ed elegante anche la voce della cantante, che diventa qui vero e proprio strumento che la Apple si diverte a sforzare, tirare, spingere fino al limite (basti ascoltare l’opening track I Want You to Love Me, un esercizio di forma quando nel ritornello si allunga quel You quasi oltre alla rottura, come un eco che muore nella vallata).

A proposito di produzione. L’intero album è stato registrato a casa Apple dopo gli insuccessi dei primi giorni presso lo studio Sonic Ranch, scelta felicissima in virtù del risultato ottenuto: un suono ruvido e altamente percussivo, oltre che l’implemento di suoni e rumori prettamente domestici che rendono la raccolta oltre che elegante, sorprendentemente intima. La canzone che presta il titolo al disco, scandita da percussioni quasi ipnotiche e basculanti, culmina con rumori provenienti dalla casa della cantante e con l’abbaiare dei cani durante la registrazione. Giocosa e brillante, appunto.

C’è empatia nelle note dell’album, una raccolta che cerca di farci ribellare alle nostre paure e alle nostre insicurezze. Perché ciò che pensiamo sia una battaglia tutta nostra, è invece una guerra che tutti stiamo portando avanti.

 

Top Tracks: Under the Table, Heavy Balloon

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