Mark Lanegan: oltre il Grunge c’è di più

Oggi passiamo in rassegna uno dei mostri sacri del parterre musicale tutto: Mark Lanegan.

La sua è una presenza onnisciente, spalmata su una miriade di stili, da paladino del Grunge con i Screaming Trees alle ultime sviate malviste dalla critica. Pur mantenendo sempre quella patina da songwriter malmostoso, è riuscito ad arrivare a oggi con un’estetica ben precisa, un seguito affezionato e soprattutto con ancora qualcosa da dire.

Quest’ultimo dato non è per niente scontato, data la carriera ormai trentennale.

Ecco, se vogliamo trovare il punto focale, il collante tra le sue diverse identità artistiche, possiamo di certo affermare che la coerenza di fondo non gli è mai mancata.

Dalle asperità lo-fi degli esordi, ha sempre cantato la vita con una rabbia sommessa, quando non con una vera e propria vena malinconica, perché così gli si poneva davanti. La realtà insomma, senza facili e patetici sensazionalismi o senza il luccichio della gioia fugace. La vita è solo lo specchio di una realtà quindi, filtrata dall’ombroso disincanto dell’autore.

Una condizione priva di illusioni che è riuscita a giungere fino ai giorni nostri.

Gli alberi urlanti

Grunge. 1988-1991. Seattle.

Ecco la formulina magica che ci ficca in testa Cosa, Dove e Quando è nato uno dei movimenti culturali più influenti, acclamati e sopravvalutati dell’intera storia musicale.

Noi tutti lo conosciamo per il menefreghismo estetico e la mancanza di qualsiasi cura nell’aspetto. Per le camicie a quadri e per quel suonare ribelle, in sfacelo, ma dannatamente ancorato alla forma-canzone canonica che richiedeva l’MTVvideodrome dell’epoca.

E poi a turno: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Mudhoney e Alice in Chains cos’hanno in comune, se non questa fastidiosa ma “conciliatoria” etichetta? Nulla, appunto.

Tutti figli dell’ondata post-punk e hardcore di inizio ‘80, che vide svuotare la sua invettiva indiavolata in una grande bolla di banalizzazione e demistificazione, non contenutistica per carità, ma per il sistematico abbandono agli scudi della rivoluzione, abbracciando una rassegnazione tanto gracile quanto velenosa.

E in questo contesto si muovevano anche Lanegan&Co., senza mai far clamore, senza quella patina esistenzialista semi-costruita, che tanto piaceva alle copertine di Rolling Stones.

Ai nostri piaceva suonare a cazzi loro. E, forse per questo, un cazzo di noialtri se li è poi filati.

In effetti la musica non era di certo rivoluzionaria ma si distingueva per quel blues arrugginito, quelle lotte indigeste tra classic rock e richiami psichedelici e una voce sabbiata, crepuscolare del frontman.

A mio parere, l’amalgama migliore si ebbe con il secondo album del gruppo Uncle Anesthesia, licenziato con l’apporto in sede di produzione di un certo Chris Cornell, che l’aria crepuscolare del nord-ovest statunitense del periodo la conosceva a pieno.

Fantasmi al bivio

Come detto, i connotati espressi dalla band erano assai poco riconducibili al sound dell’epoca, e in esso Mark Lanegan sapeva di nutrire un animo folk ancora sottaciuto.

Seppur tradizionalista, il sound degli Screaming Trees rimaneva troppo fossilizzato su uno spirito sgraziato e fazioso. Questo soprattutto per volontà dei fratelli Connor, i due quarti del progetto, che insieme allo stesso cantante e Pickerel formavano la band.

Questa “gabbia” stimolò Lanegan a uscire allo scoperto. Ancora membro del gruppo, decise di pubblicare due album che lo portarono a scoprire quella ferocia illuminata che gli ardeva dentro.

The Winding Sheet e il secondo Whiskey For The Holy Ghost erano proprio a testimoniare questo. Seppur fosse l’esordio in solo, Lanegan mostrò subito quanto potesse appiccare il fuoco tenuto domo dalla società, quel malessere generazionale che riusciva ad allacciarsi agli stili del passato a lui più cari. Esempio lampante fu forse quella Where did you sleep last night, un traditional che, nelle fauci del cantante, con la collaborazione di Kurt Cobain e Novoselic, divenne un discreto successo. 

Il brano venne poi, come sappiamo tutti, ripreso da Cobain nel suo Unplugged quattro anni dopo.

L’album venne acclamato dalla critica e Lanegan promosso a nuova promessa della neo-scena grunge. Certo, il primo è stato a suo modo valevole di lode, eppure mostrava altresì ancora qualche reminiscenza del progetto a cui faceva capo. Il secondo, invece, spazza via qualsiasi dubbio: Mark Lanegan è il nostro Caronte, abominevole gocchiero che ci traghetta dalla realtà all’Ade interiore.

Ancora oggi Whiskey For The Holy Ghost viene salutato come capolavoro dell’artista. La voce, che gratta come il miglior Leonard Cohen, canta di anime desolate, striscianti verso una lotta dicotomica tra alcol, sigarette e la Bibbia. Il Bene e il Male. Il Peccato e il Riscatto.

La maturità

Ed eccoli lì, gli irriducibili dannati alcol e droga che lo seducono e lo conducono all’oblio. Cause in tribunale, tentativi di suicidio ed espiazioni a fronte stampa saranno le uniche cose che usciranno dal nostro per quasi un lustro. 

In seguito, un periodo di disintossicazione gli mostrerà un riflesso più quieto della sua esistenza. Scraps At Midnight sarà la riappacificazione con i propri fantasmi, non certo senza alcune sciabolate dritte in petto, ma pur sempre un periodo di transizione che servirà al nostro per metabolizzare le sofferenze e giungere a una vibrante purificazione.

Tutti gli anni novanta furono sinonimo di rinascita, di omaggi alle proprie radici e a un consolidamento della propria fama.

Alle porte del nuovo millennio, tra una tournée con gli amici Queens Of The Stone Age e bozzetti preparatori a una svolta di carriera, Mark Lanegan decide di licenziare l’ultimo album del matrimonio con la label Sub Pop: Field Songs.

Il suono è meno graffiante, la maturità non sprofonda più in trovate tossiche, prediligendo ora suoni lustrati da ariosità compositive concilianti e sublimi sonorità che esplorano i generi più svariati. La voce cambia anch’essa vertendo su spartiti di imperfetta morbidezza.

La svolta

Il folksinger di Ellensburg sembra ritornato in forma smagliante. La voce graffiante, lacrime di blues e raggi di tenebra adombrano il passaggio della nuova avventura. Più che novità, direi un ritorno alle origini. Lanegan, infatti, decide di farsi affiancare da amici, collaboratori e vecchie conoscenze per dare vita a una band che potesse seguire le mefistofeliche direttive impartite dal nostro. 

La Mark Lanegan Band tasta subito i solchi di una nuova composizione corale. Prima con l’uscita anticipata di un Ep Here Comes The Weird Chill, contenente diverse “outtakes”, e in rapida successione l’album Bubblegum che doveva presentare ufficialmente la svolta del nostro. Svolta che nell’effettivo non è arrivata. Anzi, paradossalmente, l’amalgama tende quasi a scemare dal primo al secondo album. Nulla di preoccupante, sia chiaro, il nostro cade sempre in piedi. Le canzoni ti prendono allo stomaco, disegnano ombre annichilenti e fascinose che comunque rimangono un bel sentire.

E cosa fa quindi il buon Mark? Accantona nuovamente il progetto che porta il suo nome e inanella tre album versione “la Bella e la Bestia” con l’angelica Isoabel Campbell, cameo da navigato caratterista tra i compagni QOTSA e si diverte nei diversi side project di Greg Dulli. Piccola parentesi: quest’ultimo meritevole di essere riscoperto nell’olimpo di quella furiosa scena alternative di primi anni ‘90.

Otto anni passano prima che decida di rincasare, vestendo nuovamente il ruolo che più gli si addice, quello del protagonista. Recalcitrante come al suo solito, decide questa volta di dare il fianco alla critica e ai suoi fan e stravolgere in parte il suo modus operandi.

Con Blues Funeral si cala in un bagno electro, si insinuano qua e là piccoli rivoli digitali, la drum machine si fa spanizza galoppando tra singhiozzi di glam e, udite udite, accessibilità pop.

Ma cosa mai mi tocca dire. Mark Lanegan, colui che ha inabissato la propria anima nel nulla cosmico, vuole ringiovanire il suo sound? Tutto sommato possiamo dire di sì, e con il senno di poi posso anche dire che è riuscito nell’intento. La musica non perde mordente, la voce roca la fa comunque da padrona e il songwriting non ne risente. Ti trovi per giunta a pensare che una moon ball possa poi starci bene in uno scantinato fatiscente, piazzato in un qualsiasi paese di frontiera.

Torniamo al presente

Negli ultimi anni Lanegan ha mostrato quanto la sua irrefrenabile voglia di cambiamento l’abbia portato persino a imbastire simpatetiche derivazioni electro. Nuovo esempio può essere la raccolta di remixes del suo Phantom Radio, dove dona le proprie tracce a una labirintica sfilza di nomi di primo pelo nella scena rock, wave, trip-hop e avantgarde. La sua voce viene calibrata per adagiarsi in rarefazioni notturne che portano il suo personaggio a essere difficilmente inquadrabile ma sempre coerente con sé stesso.

A pensarci bene, proprio ripercorrendo questi salti carpiati verso un passato tanto amato – fatto di crooner dalla voce scartavetrata, barili di whisky sempre vacanti e un posacenere colmo a fare da specchio – e rocamboleschi scatti verso un suono più moderno, non fanno altro che stordire l’ascoltatore meno esperto. 

La notte oscura dell’anima è doppiamente crudele: intorpidisce i sensi e lo spirito. Ciononostante, sprazzi di luce vi sono sempre anche nelle composizioni più crudeli, un senso di speranza si insinua tra le increspature. I contrasti sempre presenti nei suoi testi non fanno che mostrare quanto il ruolo di star non gli si addica affatto. 

Anche gli ultimi due album, Gargoyle e Somebody’s Knocking, sono qui a testimoniare quanto a Mark piaccia evidenziare le proprie ossessioni, le proprie paure.

La sua è una marcia inesorabile, audace, sempre pronta a osare nuove soluzioni, quasi volesse ricadere su un’altra delle innumerevoli dipendenze per abbandonarsi a un romantico e mistico ignoto.

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