Islanda: nessun uomo è un’isola

Islanda: genitrice di una tormentata sensibilità.

 „Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. … E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.“

John Donne

Lo scenario islandese è stato di certo una delle più significative sorprese, nell’ultimo ventennio, in termini di ricercatezza sonora, originalità del messaggio e aderenza all’immagine stessa che evoca l’isola. 

Sigùr Ros, Mùm, Bjork, Gus Gus, Jóhann Jóhannsson e Hildur Guðnadóttir, sono tra i primi nomi che si palesano nelle nostre menti quando si pensa all’Islanda.

A questi ultimi due, ampiamente noti per le loro colonne sonore, dedicherò quest’ultimo articolo.

Una non-scena

Innanzitutto va detto che odio la parola scena, soprattutto quando questa viene circostanziata ad un paese.
I giornalisti oggigiorno sfruttano l’escamotage di ricondurre un suono, un motivo o un concetto ad un genere.
Capisco bene quanto questo porti ad inscatolare i giudizi del pubblico in una comfort zone, ma oggi è la contaminazione a fare da padrona.
Non si può pensare che nell’epoca in cui viviamo, si possa trovare ancora, in maniera così pura e netta, uno specchio che possa riflettere il proprio seme genitoriale.
Quindi, come per altri episodi, non penso che tutto ciò che viene partorito dall’Islanda debba essere etichettato come magico. Ogni album prodotto viene titolato come portatore di un’aura sospesa, astratta, magica appunto. Come se solo il remoto geografico avvalorasse l’appartenenza artistica. 

 Analogie tra Jóhannsson e Guðnadóttir

Jóhann è un’istituzione del suono islandese, il primus inter pares, una personalità plurivalente che ha fondato etichette, prodotto album terzi, composto accompagnamenti teatrali, finanche colonne sonore cinematografiche. L’uomo che più di tutti ha orientato i radar verso quell’algido paesaggio, misconosciuto ai più. L’assoluto promotore culturale della sua terra.
Il suo è un messaggio spaziale che ha portato il silenzio nel cinema, ha asciugato l’invadente modo di intendere la musica filmica statunitense.
Una vena sperimentale che ha già fatto scuola, creando il giusto connubio tra innovazione laboratoriale del mezzo tecnologico e una devozione mai sottaciuta della struttura sinfonica mitteleuropea, senza poi dimenticare i trascorsi post-rock degli esordi.
Proprio i suoi richiami al passato mostrano quanto lui non abbia congelato il suo sguardo verso il paesaggio siderale della sua terra natia.
Anzi il suo orizzonte propende spesso verso una dark-wave di matrice anglosassone, come i suoi amati idoli adolescenziali, Joy Division o Jesus and Mary Chain.

Una scena tratta da Mother, ultimo film di Aronosky,

con colonna sonora curata da Jóhannsson.

Hildur invece, è una violoncellista dalla solida esperienza.  Essa ha visto prima il suo percorso accostarsi a spettacoli di danza e musica da camera, per tendere poi verso installazioni o colonne sonore.
Enormi studi sono stati fatti sull’interazione tra suono (soprattutto il suo violoncello) e voce, portandola a sondare terreni diversi dal suo predecessore, nonché amico e mentore.
Mentore perché proprio Jóhann l’ha iniziata verso due delle etichette più influenti, almeno in ambito modern classical: Touch e Deutsche Grammophon. Entrambi hanno in comune la capacità di donare un’impalpabile densità ai suoni minimali regalandoci alcune delle migliori OST contemporanee.

Una scena da Soldado. la soundtrack interamente eseguita da Guðnadóttir fa da sequel a Sicario, curata invece da Jóhannsson

Immagini sonore

Se dovessi ascrivere i suoni dei nostri protagonisti ad un termine, userei di certo immagini sonore.
Mi spiego subito: a volte la musica nei film, e sempre più nelle serie tv, può diramarsi in diversi modi. La più comune, che tratteremo a breve, è la musica extra-diegetica, ovvero quell’accompagnamento, contrappunto o commento sonoro, che viene concepito come “esterno” ai protagonisti.
Siamo noi spettatori infatti che, anche grazie alla musica ci sentiamo coinvolti o respinti da una particolare scena; ecco appunto perché parliamo di immagini sonore.
Nei film, o serie tv, nei quali i nostri hanno prestato la loro arte, le colonne sonore  fanno proprio da complemento indispensabile nel veicolare emozioni.
Analizziamo in breve le ultime composizioni dei due musicisti nordici.

Joker and Mandy

*** 

Disclaimer

Non abbiate paura tratterò solo le colonne sonore senza andare a citare alcun rimando alla scena ad essa collegata.
No spoiler insomma!
Parlerò dunque della musica a sé stante. Può sembrare incoerente, essendo che entrambi i progetti sono stati commissionati come soundtrack, quindi inscindibili dal film stesso, ma al contempo concedono alcuni spunti interessanti sulle due tecniche compositive.
Inoltre, ci tengo a puntualizzare che le due scelte qui proposte, sono state selezionate solo per una questione cronologica – sono le ultime composte – quindi non hanno il dovere di riassumere il modus operandi dei due compositori in maniera assoluta.

***

Mandy
A meno di qualche collaborazione postuma a sorpresa, è l’ultima colonna sonora prodotta da Jóhannsson dopo la sua dipartita.  Se serviva un’ulteriore prova del talento composito di Jóhann, allora qui abbiamo pane per i nostri denti: chitarre tetre (di Stephen O’Malley), synth vintage ed un ambient molto vicino al doom drone.
Proprio nel secondo film di Panos Cosmatos il compositore mostra un’ecletticità strabiliante.
In un nonnulla può districarsi tra: un intermezzo in crescendo dai colori sempre più saturi (Forging The Beast); un lacerante noise di pacata tristezza (Death and Ashes); o uno sprofondamento in una fangosa giungla d’asfalto (Waste).
Infine come ultima traccia (Children of the New Dawn) abbiamo anche un episodio che certamente farebbe felici i fan di Stranger Things o revivalisti di quell’immaginario eighties.
Tanto per contraddirmi rispetto a poco fa, questa OST potrebbe essere ascoltata benissimo anche senza la controparte visiva. 

Joker
Ultima fatica di Hildur. Il film sicuramente in questi giorni sta facendo molto discutere, sia per i temi forti al limite del subliminale, sia per il fatto che tra i corridoi dell’Academy si vocifera possa vincere l’ambita statuetta.
Qui, la compositrice islandese fa un uso sapiente di canzoni arcinote di grandi autori americani quali Frank Sinatra e Fred Astaire. Questi ben si integrano con alcuni bozzetti atonali ideali per la personalità folle del villain per antonomasia dell’universo DC Comics
Inoltre, vanno ricordate l’utilizzo di tracce altrettanto note, composte dai Cream e Gary Glitter, a cui sono state affidate le due sequenze già cult della pellicola.
Soffermandosi sulle musiche originali, la prima cosa che mi sarei aspettato sarebbe stata che i brani fossero dark e abrasivi quanto la discesa all’insania di Arthur Fleck, e che fossero anche largamente elettronici, freddi e paranoici. Invece no, l’album parte quasi in sordina. Il violoncello, è quasi sempre statico, inespressivo fino alla terza traccia (Following Sophie) dove si intravede per la prima volta una percussione claustrofobica.
In Subway, oramai a metà del disco, lo strumento prediletto inizia a stridere; si intromettono gli ottoni a rendere l’atmosfera più lugubre e così capiamo che per il protagonista non vi sarà più redenzione. E continua monotona e depressiva, fino alla marcetta metallica e sconclusionata di Escape from the Train.
In chiusura Call Me a Joker riprende l’atmosfera sommessa del tema principale rendendola ancora più disturbante, senza sottacere il compiacimento nel vedere il proprio volto deformato avvolto tra le fiamme.

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