“Into the Wild” con Eddie Vedder: un viaggio in musica

Noto per la colonna sonora firmata da Eddie Vedder, Into the Wild è uno dei miei film preferiti in assoluto. Diretto dal grande Sean Penn, racchiude in sé le mie due più grandi passioni: i viaggi e la musica.

Into the Wild è un film che parla di un lungo viaggio, ma non di uno qualsiasi: si tratta di un’avventura introspettiva, una fuga da una realtà vuota e insoddisfacente, alla ricerca di sé stessi e di ciò che si vuole davvero. Una storia non convenzionale, che continua a ispirare travel blogger e appassionati di viaggi, soprattutto se sognatori e un po’ “ribelli”. Oggi vi parlerò di Into the Wild attraverso Eddie Vedder, l’autore della sua magnifica colonna sonora.

La storia

Questo film, intenso e drammatico, è tratto da una storia vera raccontata a sua volta nell’omonimo libro di John Krakauer, da cui il film è tratto. Protagonista è il ventiduenne Christopher McCandless, promettente neolaureato della borghesia americana che, agli inizi degli anni ’90, decide di abbandonare praticamente tutto. Infatti, con pochi bagagli al seguito e dopo aver dato in beneficenza tutti i suoi averi e risparmi, intraprende un viaggio estremo di più di due anni, con meta finale le terre selvagge e abbandonate dell’Alaska. È là che la sua avventura conoscerà purtroppo un drammatico epilogo, con la sua morte prematura per avvelenamento. Accanto a sé lascia il suo diario, la chiave per la scrittura del libro e la realizzazione del film.

Into the Wild attraverso Eddie Vedder

Una storia intensa e un film magistralmente interpretato, che mi ha commossa e fatta riflettere tanto. Di film significativi e profondi ce ne sono tanti, ma credo che Into the Wild abbia quel qualcosa in più, anche grazie alla splendida colonna sonora di Eddie Vedder.

Ogni brano sembra riassumere un fotogramma, ogni singolo testo sembra studiato ad hoc, calzando a pennello con l’armonia e il significato profondo del film. L’album, che ha segnato il debutto da solista di Eddie Vedder, presenta 15 tracce. Tutte in stile folk, lontane dal grunge tipico dei Pearl Jam, e ognuna con una sua peculiarità.

Sarebbe difficile dedicare dieci righe a ognuna di esse, ma ritengo che alcune abbiano un tocco in più, per il quale vale la pena spendere qualche parola. Una di queste è Society, la mia preferita.

La fuga dalla realtà: Society

Ogni volta che sono in viaggio, magari immersa nella natura incontaminata, inevitabilmente penso a SocietyE mi sento libera come non mai. Society ha un testo forte, che fa rumore e che contrasta con il senso di pace che trasmette la sua melodia.

È il dialogo di un giovane uomo, che potrebbe essere lo stesso McCandless, con la società da cui lui sta scappando: una società che convive con l’avidità, con la smania del “possedere sempre di più”, dell’accumulare cose materiali prive di significato.

Sebbene sia convinto della sua scelta di allontanarsi da questa realtà, sembra provare un senso di colpa verso di essa. Cerca di giustificarsi, dicendole: “Abbi pietà di me, spero che non ti arrabbierai se non sono d’accordo con te… spero tu non sia sola senza di me.  

Un addio convinto e sofferto, ma senza rancori. Dopotutto non è la società a esser cattiva, è il mondo in cui deve vivere che l’ha resa tale.

Alla ricerca di una nuova consapevolezza: Rise

Dopo questo addio, McCandless inizia il suo viaggio, consapevole e senza rimpianti. Nel suo cammino di due anni ritrova la sua vera dimensione, incontra persone, affronta nuove sfide. Questa sua nuova consapevolezza sembra perfettamente descritta da Eddie Vedder in Rise.

Questo è il modo in cui va il mondo
non puoi mai sapere dove riporre tutta la tua fede,
e come crescerà

Mi risolleverò, trasformando gli errori in oro…

Anche in questo caso, credo che queste parole siano abbastanza eloquenti.

Rise per me è l’inno del riprendere in mano la propria vita, dell’imparare a rimettersi in gioco traendo beneficio dagli errori del passato. È un brano forte, pieno di ottimismo, degno di qualcuno che, dopo periodi bui e insoddisfacenti, sta finalmente ritrovando la sua strada e il suo posto nel mondo ed è pronto a mettercela tutta per essere felice in questa vita.

Rise mi fa pensare a una frase del film che mi ha colpita moltissimo, diventando quasi una regola di vita: “Se vuoi qualcosa nella vita, allunga la mano e prendila”.

Ed è così che dovrebbe essere per tutti noi: come recita la stessa Risenella vita non possiamo mai sapere, in largo anticipo, cosa può capitarci. Quindi tanto vale prenderla così com’è, senza fare troppi piani, e sfruttando al massimo le nuove opportunità, che sono quelle che danno realmente valore alla nostra esistenza.

Come dice il giovane McCandless, l’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze. E non è mai troppo tardi per rimettersi in pista, trovare il proprio asso nella manica e, appunto, rialzarsi.

Il raggiungimento dell’equilibrio interiore: Long nights

A questo punto, l’avventura di McCandless giunge quasi al termine: è arrivato in Alaska, la sua meta finale. 

La natura è incontaminata, i paesaggi sono mozzafiato. Qui trova la vegetazione selvaggia che cercava e che, con il tempo, lo porterà a quello stato di felicità interiore e perfetta armonia con sé stesso a cui tanto ambiva.

McCandless è cambiato: sembra essere pronto a tornare a casa, sentendosi come rinato dopo questa sua avventura nelle terre selvagge. È ormai pronto a far pace con sé stesso, con la sua famiglia, con la società.

Nel frattempo, prosegue ancora per poco la sua avventura in Alaska nutrendosi di bacche e selvaggina e dormendo su un autobus abbandonato, dove la lettura e la continua scrittura del suo diario gli saranno d’ispirazione e, in qualche modo, gli faranno compagnia.

Infatti, laggiù non c’è nessuno. McCandless è completamente isolato. E lo è anche in punto di morte, dopo l’ingestione di una bacca velenosa scambiata per commestibile, che lo porterà alla morte dopo una lunga agonia.

In quel momento, il nostro protagonista impara una lezione fondamentale e decisiva, che fino a quel momento negava e che si rivela essere la vera chiave del film: Happiness is real only when shared. La felicità è autentica solo se condivisa.

Finalmente McCandless lo ha capito, anche se “troppo tardi”, dopo interminabili Long Nights in solitaria.

Come recita il testo della malinconica Long Nights, Christopher McCandless è ormai consapevole della graduale fine della sua esistenza. Ciononostante non ha paura, sembra quasi non sentire dolore: “Non ho paura di quando sarò solo, starò meglio di quanto non stessi prima…. ho questa vita e la volontà di dimostrare che sarò sempre migliore di prima”. 

In quel tragico epilogo, in qualche modo McCandless trovò le risposte che cercava e la consapevolezza di aver concluso il suo percorso come un uomo migliore. In fin dei conti sta morendo in mezzo alla natura, in un luogo in cui si è finalmente sentito libero di esprimersi.

La fine come sinonimo di libertà: Guaranteed

Sta per morire, ma non ha rimpianti. Conclude felice e soddisfatto la sua breve vita e su Guaranteed sembra lasciarci l’ultimo, importante messaggio.

“Con il vento tra i capelli, mi sento parte di ogni cosa”: non c’è immagine che trasmetta più libertà. Come una piuma nel vento, McCandless ha trovato nella morte la sua definitiva libertà.

Ha vissuto pienamente quei due anni di peregrinare, lontano da quella società materialista piena di persone “chiuse in gabbia”, una società che lo voleva diverso da come lui era realmente.

Sebbene questo non sia l’ordine esatto con le cui canzoni appaiono nel film, riascoltandole ho spontaneamente associato ognuna di esse a una fase della pellicola, nonché dell’avventuroso viaggio di McCandless.

Un crescendo di emozioni e di parole che, secondo me, rispecchiano perfettamente l’essenza del film, della vita del protagonista e soprattutto del messaggio finale che, in qualche modo, ha voluto lasciare nel suo diario di memorie: la felicità risiede nella libertà e nelle nuove esperienze, ma è reale solo se condividiamo queste ultime con chi ci ama ed è pronto a viverle con noi.

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