Sono tornato in Italia da ormai una settimana e quindi seppur fuori tempo massimo volgo un ultimo sguardo alla mia esperienza a Tokyo.

Oggi voglio parlarvi di un favoloso nascondiglio dove ripararsi per una semplice chiacchiera. E soprattutto per lasciarsi prendere da quella strana malattia che proviamo tutti noi digger: il senso di meraviglia di piegare il capo su un’interminabile pila di vinili e “scavare” un disco bomba.
Per questo ho deciso di affidarmi alla sapiente guida di Masao, proprietario del Flash Disc Ranch.

Welcome to Shimokitazawa

Nel caso foste a Tokyo per lavoro, come me, o meglio ancora in vacanza, sicuramente avrete scelto un alloggio quanto più centrale possibile, così da godervi a pieno tutto il fermento che può offrire questa splendida città.
Ma nel caso vi sentiste un po’ più bohemien o voleste girarvi una zona più underground, consiglio vivamente una mezza giornata a Shimokitazawa, quartiere a ovest della Yamamoto line.
Shimokitazawa, , è la principale arteria metropolitana che delimita la Tokyo più trafficata, conosciuta e visitata, da quella invece meno inflazionata, ma pur sempre valevole di una capatina. Appena usciti dalla stazione non ci si sente scagliati in un dedalo di palazzoni impersonali contornati da led pacchiani e disturbanti, ma si viene accolti da un quartiere ricco di vintage e second-hand shops, caffetterie hipster, bugigattoli che servono qualsiasi cosa da mangiare e soprattutto, vinyl shops.

Flash Disc Ranch

In uno di questi, ci sono incappato quasi per caso, o per meglio dire, perché sono rimasto attratto dalla facciata vivace e ricca di dettagli. Salendo le scale, si viene scaraventati in un negozio dall’aspetto volutamente grezzo, con travi di ferro a vista, soffitto in lamiera, cavi volanti, casse stracolme di vinili ordinati per genere, riposte in casse di legno color indaco che a loro volta poggiano su pile di mattoni forati.
Alla scrivania – una sgangherata reception – una signora, che da lì a poco si presenterà con il nome di Atsuko mi dà il benvenuto, e in pochi istanti mi metto a dissotterrare qualche chicchetta. Nel mentre Masao, marito della accogliente donna, fischietta beatamente mentre carica i vinili appena arrivati. Una sorta di inventario insomma.
Lungi da me importunarlo in una fase così delicata – lieve parentesi: mia madre lavora in un supermercato e so bene quanto sia fastidioso disturbare l’operatore con richieste, spesso futili, nel bel mezzo del re-stock – mi metto ad armeggiare goffamente tra copertine astruse di artisti ignoti.

Masao

Dopo alcuni minuti che arrabatto tra una band Nippon Jazz e singoli City Pop, mi decido a interrompere il titolare per alcuni consigli. Cerco di essere molto schietto a dire il vero. Devo essere quanto più preciso possibile con i miei gusti musicali, un po’ per evitare di infastidirlo ulteriormente, e soprattutto perché una richiesta vaga mi avrebbe gettato in quella strana posizione di inferiorità che spesso si risolve in un consistente esborso economico. Mi spiego meglio: non mi piace farmi trovare impreparato e per riparare a questo, mi faccio prendere da una spasmodica ingordigia che finisce in sacche di dischi atte a colmare le mie lacune musicali.
Masao, sulle prime abbastanza assorto su quella miriade di dischi, si gira verso di me e incomincia indiavolato a consigliarmi una caterva di musica.
Per mostrare un minimo di conoscenza e per non fare la figura dello sprovveduto gli cito alcuni (pochi!) gruppi che conosco della terra del Sol Levante. Al che lui, decide di intraprendere un gioco: creare una piccola catena (immaginaria, si intende) per trovare alcuni riferimenti che possano congiungersi alla mia ignoranza per quel che riguarda la musica nipponica.

Solid State Survivor – Yellow Magic Orchestra

Inizio in comfort zone. So bene che non è un disco introvabile, ma mi ero ripromesso di comprare una copia locale di questo capolavoro. Quindi iniziamo a parlare di Ryuchi Sakamoto, enfant prodige della musica giapponese. Esperto di musica tradizionale, sperimentatore incallito e soprattutto compositore eclettico. Tra le altre, collaborazioni con quel genietto di David Silvain, colonne sonore come L’ultimo Imperatore e addirittura la creazione dell’intro della console SEGA Dreamcast.

Solid State Survivor dei Yellow Magic Orchestra non ha proprio bisogno di presentazioni: un tecno-pop fulmineo e schizoide che ad ascoltarlo oggi sembra una sessione di pinball indiavolato con in cuffia i Kraftwerk.
In realtà a metà disco vi è un repentino cambio di passo. In rapida successione ci si trova dinanzi ad una siderale ballata, un robotico languore, un post-punk dolente e cibernetico e un groviglio di suoni che ancora oggi non ha trovato eguali.

Big Wave (Orginal Soundtrack) – Tatsuro Yamashita

Sfociando nelle colonne sonore passiamo a Tatsuro Yamashita. Il poliedrico cantante e produttore di casa a Tokyo, non è certo famoso per la sua carriera di compositore di accompagnamenti cinematografici, bensì per quel suo sinuoso tocco jazz-funk, fusion, lounge. In poche parole City Pop.
Eppure l’ospitante Masao, con una facilità felina mi illustra tutta la sua carriera dagli albori nella band Sugar Babe, alla realizzazione di uno “standard” natalizio intitolato appunto Christmas Eve fino alla colonna sonora del film Big Wave.
Proprio l’OST di questo film divenne più famoso del film stesso, grazie anche all’onorevole collaborazione di un certo Brian Wilson, che di tavole da surf, musica e west coast ne sapeva giusto qualcosa…

A Long Vacation – Eiichi Ohtaki

Alle armonie dei Beach Boys (del Wilson sopra) con quello sbarazzino e appiciataccio west-coast pop, si rifaceva anche Eiichi Ohtaki. A Long Vacation, tuttora viene ricordato come uno dei migliori album della storia della musica giapponese, addirittura la rivista Rolling Stones lo proclamò tra i Greatest Japanese Rock Album of All Time.

Non posso che avvalorare tale decisione a ragion veduta. A primo impatto un pop patinato si insinua con fare ruffiano nelle orecchie dell’ascoltatore e in pochi attimi si viene trasportati in un suono talmente denso, senza mai sembrare ragionato o molesto, da richiamare il Wall of Sound di spectoriana memoria. Synth cinguettanti, marimbe scatenate e smielate voci, sono alcune delle trovate geniali che potrebbero catapultarci dritto dritto sotto un palmizio che getta ombra su una piscina che non ha fine. Come d’altronde la stessa copertina ci suggerisce.

Love Songs – Curtis Creek Band

Da lì, parliamo un po’ di tutta la musica che ronzava nelle radio giapponesi degli anni ottanta. Spulciando alcuni vinili, mi sbuca in mano una cover con una ballerina, dalle tinte surrealiste, con gambe dalle fattezze di un compasso.
Chiamo oramai il mio fido compagno, e puntuale mi racconta che quell’illustrazione è opera di Yōji Kuri, famoso animatore specialmente per le tavole animate a sfondo satirico.

Subito dopo, passo alla band che campeggia sullo spigolo destro del disegno. Masao mi fa notare come in quest’album ci sia una perfetta amalgama tra la chitarra acustica e i suoni più freddi dovuti agli strumenti suonati dagli altri elementi della band: sintetizzatore, tastiere e computer. Infine tra le file di musicisti vi è anche il fenomenale Nobuo Yagi, armonicista di lunga data, che oggigiorno è noto soprattutto per le diverse partecipazioni a svariate colonne sonore curate dai The Seatbelts, celeberrimi per l’anime esistenzialista Cowboy Bepop

Un’ultima sorpresa

Infine, tra una chiacchiera e l’altra, che comporta anche diversi altri acquisti che non riporterò qui per non correre il rischio di essere rimproverato dalla mia dolce metà, nonché tesoriera di coppia, mi avvicino alla cassa e pronto a pagare Masao mi stringe la spalla e mi regala un album.

Questo gesto proprio non me lo aspettavo, specialmente da un giapponese, che si sa, a livello emotivo sono sempre abbastanza restii a sbottonarsi in maniera così vistosa e diretta. La coppia mi dice che me lo merito, e io ancora più interdetto cerco di capire cosa ho fatto per ricevere questo regalo. Dopotutto avevo fatto solo mille domande e vomitato qualsiasi cosa mi passasse per la mente, da buon logorroico che sono.
La compagna, stazionata dall’altra parte del banco prende parola è dice: “Semplicemente ci stai simpatico. Hai una faccia buffa”.  Con gesto trionfale prendo il cappello, abbastanza ingombrante e che di certo contribuiva alla mia bislacca figura, e lo pongo al petto, seguito da un lieve inchino come ringraziamento.

Ah!! L’album in questione era uno coacervo di cover suonate con arpa dal magistrale Tadao Hayashi. Insomma la ciliegina su una splendida esperienza che mi porterò per sempre dentro.

In calce alcune foto da me scattate.

 


Alessandro Puopolo

Bon vivant escapista. Commendevole fricandó di utopie. Indole appocundriaca. Loggionista alticcio.