Angelique Kidjo alla prova con il mito

Nell’era dei remake triti e ritriti, Angelique Kidjo rispolvera Remain in Light dei Talking Heads, creando un’opera sì debitrice, ma contemporaneamente originale.

Mai scelta può sembrare più prudente quanto scellerata. Non sembrava ci fosse bisogno di sgrovigliare, da un passato nemmeno troppo lontano, il quarto album della band capitanata da David Byrne.
E neppure Angelique Kidjo necessitava di far parlare di sé con un mero cover-album.
Allora qual è stato il germe che ha scatenato questa urgenza di riproporre un disco così epocale?

Premessa

Prima di inscenare la migliore arringa per proteggere l’accusa verso l’ascoltatore distratto, quello che pensa che tutto sia un inutile diversivo per racimolare ascolti ed interessamenti da parte della critica occidentale, preferisco intavolare una difesa che prenda atto del passato dell’immensa artista africana.

Angelique Kidjo nacque in Benin nel 1960 e visse in quel piccolo staterello fino al compimento dei ventitré anni, quando decise di trasferirsi alla volta di Parigi. Questo allontanamento non ha portato a rinnegare il passato, ma anzi ha creato in lei quell’apertura mentale e culturale che le ha permesso di inserire i retaggi africani nella musica contemporanea.
Negli ultimi vent’anni è stata capofila della cosiddetta world-music, insieme a Manu Dibango, Yossoun Dour, Fela Kuti e molti altri.
A dispetto di questo termine abbastanza fuorviante, ed anche piuttosto sommario, la world music ha dato modo di spingere i riflettori, dando quindi credito commerciale, a questi esponenti eccezionali.
Questi a loro volta, hanno seminato aldilà del continente nero quei sincretismi ed idiosincrasie di cui tanto è ricca la cultura sub-sahariana.

Talking Heads

Parlare dei Talking Heads in poche righe è abbastanza limitante; magari in futuro potrei dedicarvi un’intera monografia.
Indiscutibilmente possiamo dire che furono tra gli agitatori musicali più audaci del tempo.
Non solo per la loro proposta al limite del cinico, nevrotico e schizofrenico, ma anche e soprattutto per aver inserito così sfacciatamente nella New York del punk e della new wave un primordiale richiamo all’Africa più tribale.
Anno Domini 1980. Remain in Light, quarto album della band, uscì accompagnato anche dalla leonardesca egida di Brian Eno; produttore anche dell’album precedente.
Mai come in questo album si ebbe quell’equilibrio (?) tra isteria metropolitana, anarchia espressiva, percussività animale e prepotente visionarietà.
Inoltre è uno di quegli album che passata la mezz’età non risulta imbolsito, legato indissolubilmente ad un genere e perciò attuale.

Remain in Light: A/R

“Ma se è ancora attuale, qual è il motivo per il quale si è deciso di riproporlo nuovamente?”

Innanzitutto non è una riproposizione, per certi versi è un ritorno a casa. È indubbio che l’originale abbia fuso sapientemente ciò che gravitava nella scena newyorkese dei tardi anni settanta – si pensi al CBGB’s in primis – con tutto l’arsenale afro-beat del fenomeno nigeriano Fela Kuti.
Quindi, non sembra così inappropriato trovare un collegamento tra la miriade di stratificazioni messe in atto, con la versione suonata, cantata e voluta dalla Kidjo.
In sostanza qui non abbiamo un calo d’ispirazione, ma un capovolgimento bello e buono.
Si prende un album memorabile, con chiari richiami afro che fremono sotto un’ingegnosa coltre elettronica e gli si concede lo spazio che merita.

La poliritmia rimane lo stendardo che sventola tra folate percussive e mesmerici fiati.
E poi lei, Angelique, con la sua voce incontenibile riesce a prendere slancio da pattern quanto mai infuocati per inneggiare testi che per la loro veneranda età possono ancora scuotere i centri di potere attuali.
È naturale che molti pezzi, contraddistinti a monte da una certa vigoria potessero prestarsi a ri-arrangiamenti dai colori più accesi e meno obliqui.
Penso innanzitutto a Crosseyed and Painless, The Great Curve o ai richiami nigerian-pop di House in Motion, ma vi sono anche altre perle: il dub di Seen and Not Seen, il gioco di controcanti di Listening Wind che spingono la voce della Kidjo in odore di rito sciamanico fino a all’ultima, diradata, traccia The Overload.

Infine se ci fosse il bisogno, in questo caso superfluo, di avvalorare il progetto, basterà dire che all’album hanno partecipato il produttore di Kanye West e Rihanna, Jeff Bhasker nonché Blood Orange, Pino Palladino, Ezra Koenig dei Vampire Weekend ed il sempre sbarazzino Tony Allen.

Morale della favola: RECUPERATELI ENTRAMBI!

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