Allegro non troppo

Allegro non troppo

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[00:55] La bacchetta del Maestro è tesa.
[01:00] Il pungolo aizza i musicisti dal torpore chiaroscurale in cui sono immersi.
[2:05] La mano si avvicina al cuore, sente un impulso con fare incessante, eppure si stacca e con spirito masochistico decide di volteggiare a mezz’aria come per voler prolungare quel lieve dolore.
[02:35] Rivoli di sudore zoppicano dall’incedere lento e monotòno, eppure come plotoni affiatati procedono lungo una traiettoria, che a loro insaputa, si stanno scavando.
[03.55] Da un iniziale apatia che latitante si nasconde, germina un irriflesso bagliore, la bocca inizia ad imbronciarsi, si sente nell’aria una brezza tetra e bellissima.
[04:10] La telecamera si avvicina, ruba un sorriso sul suo volto; è compiaciuto, estasiato di come sta guidando quella mandria tenuta a stretto guinzaglio.
Una linearità scandita su un ripetersi ossessionante: un crescendo primitivo.
Non libera composizione quindi, ma un unico tema, reiterato, per ben 18 volte, consecutive, ognuna ben diversa dalla precedente.
Una marcia che pare inarrestabile, che nasce da un semplice flauto solo, sparuto, che si insinua e adagia sul sistematico tamburo.
Uno strumento che diventa man mano sottofondo di una coralità di molti altri:
[04:40] Clarinetto, fagotto, corno inglese, e altri ancora, tutti che si accodano suonando sempre più vigorosi, assurgendo ad una progressione animata, gonfia, tronfia, spessa, un suono che ribolle a tal punto da esplodere, fino a quando il compositore decide di virare inaspettatamente verso un cambio di tonalità; per una attimo si ha una sensazione di vuoto e sollievo, un calo di tensione ma anche una ripresa di fiato.
[06.25] All’improvviso entra in scena uno strumento alquanto anomalo per un’orchestra sinfonica; il sax tenore fa la voce grossa e chiama a sé nuovi iniziati.
[07:20] Un portamento dapprima claudicante, si convince del suo fare mellifluo, un battito bestiale, quasi onomatopeico, procede alacremente.
[12:20] Sergiu lancia ormai segnali di squilibrio, balla in maniera mancina, gorgoglia parole sbilenche, scende figuratamente dal palchetto per immischiarsi a quel caravanserraglio che lui stesso ha creato.
[14:00] Eccovi la trasformazione, una trasfigurazione sciamanica, che impunemente lo conduce a zone interdette a noi esseri umani e dove vi si lancia senza riserbo.
[14:45] Un pianissimo che diventa fortissimo.
[15:00] La chioma dapprima impomatata all’indietro cede dalla sua impalcatura razionale per seguire i gesti ultraterreni del viandante.
[16:10] Per un istante si libra, pare che il combattimento abbia fine, e che lui possa tornare vincente sugli spiriti della mente.
Il volo si rivelerà picaresco, schiantandosi quindi a terra, in un azzeramento del ritmo.
[16:40] La stratificazione per un attimo sopita rispunta bruciante, quasi con sberleffo per finire ciò che aveva costruito fin d’ora.
Il vortice umano avanza, diviene, caracolla, lascia il posto a un fervore orgiastico, un fremito inconsueto che deflagra in uno stridore assordante prima di piombare in un vuoto assoluto, cosmico.

A mia discolpa
Nel caso vi foste chiesti per quale motivo abbia scelto di redigere l’articolo a modi crono-storia, non saprei darvi una risposta.
O meglio non c’è stata una idea premeditata dietro.
Semplicemente sono partito da una danza che amo molto, che ascolto in maniera quasi martellante per giornate intere; da lì il rimando quasi immediato all’intermezzo animato di quel genio di Bruno Bozzetto, Allegro non troppo (anche titolo dell’articolo stesso).
Infine per donare una veste che rimarcasse in maniera decisa il senso di “reiterazione involutiva” della sinfonia ho deciso di strumentalizzare la direzione (interpretazione?) di Celibidache, che nell’approccio a Ravel tocca vette mai viste.

Extra
Un piacevole divertissement ad opera di quel matto stralunato a nome Frank Zappa.

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